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giovedì 6 marzo 2014

Vento in poppa!



I giorni scorrono lentamente mentre continuo a lavare le immense cisterne. Una dopo l’altra passano da nere a splendenti. Intanto Amélie continua a lavorare solo due giorni a settimana e le è stata prospettata una situazione del genere per i successivi due mesi. Il viaggio sulla Ocean Road non solo ha schiarito le idee ma ha anche restituito la voglia di fare qualcosa di più. È arrivato il momento di andarsene dalla fabbrica per cercare qualcosa di meglio. Il lavoro per me finirà quando finirò di lavare le cisterne e le presse.


Intanto al campeggio ci siamo fatti diversi amici, tra cui Lesley, un giovincello di 86 anni con una vitalità incredibile. Ogni tanto ci racconta qualche storia del suo passato e ci tiene magnetizzati per ore con aneddoti che hanno dell’incredibile… potrebbe tranquillamente scrivere un libro di successo, ma spera che lo facciano le figlie per lui. Racconta di come sia partito per mare a 14 anni e di come abbia vissuto tra America e Australia attraversando mille difficoltà e uscendone sempre a testa alta. Un bagaglio di esperienza incredibile, tanta saggezza accumulata errore dopo errore e, ovviamente, chili di testardaggine. Quando gli abbiamo detto che saremo andati via presto ha subito fatto in modo di “prenotarci” per una cena insieme…

Intanto finisce il lavoro, ed è tempo per gli addii. È tanta la gente che ci ha voluto bene ad Avoca e tutti sono tristi di vederci andare via… siamo tristi anche noi e, anche se il lavoro non ci piaceva un granché, ci dava sicurezza e ci faceva stare tranquilli. Decidere di saltare nel vuoto è certo avventato ma, forse, necessario. Chi non ha lavorato mai in fabbrica penso che faccia fatica a capire quanto sia faticoso e lobotomizzante: partire presto la mattina e arrivare a sera stremati, senza l’energia fisica e/o mentale per fare qualsiasi altra attività, vivere solo nel week end… aspiriamo entrambi a qualcosa di meglio.

Carichiamo il fedele Phurgone con tutta la nostra roba e partiamo per Beaufort, località non troppo lontana dove vive un amico. Rimaniamo lì per una settimana e poi, finalmente, arriva la risposta dall’Hilton Hotel! Sono stato convocato per un colloquio! Era da gennaio che aspettavo una risposta!

Il 25 febbraio arrivo all’Hilton on the Park in giacca nera e camicia bianca, capelli legati e ordinati, scarpe eleganti e un buon paio di pantaloni chiari. Sono l’unico che si presenta in chiaro al colloquio per “food and beverage attendant” (cameriere di sala/al piano e barista) ma a quanto pare riesco a fare buona impressione su tutti i manager. Il giorno prima mio cugino ci propone di fare un salto ad Adelaide e cogliamo al volo l’occasione, così da aspettare la risposta del colloquio impegnando il tempo in qualcosa di piacevole. Ovviamente ci andiamo in macchia: sono solo 725 km…
Partiamo subito dopo il colloquio (13.00) e arriviamo in serata (10.00); mezz’ora in meno di fuso orario e un alloggio trovato all’ultimo minuto ad appena un chilometro dal centro.

La mattina ricevo un messaggio dall’HR manager con scritto “grazie per aver partecipato al colloquio, ci sentiamo stasera”. 

Stasera??? Ma io sono ad Adelaide!!!

Preso dal panico chiamo al volo la manager spiegandole la faccenda, ma mi tranquillizza subito dicendo che mi avrebbe chiamato e che non era necessario che mi presentassi al volo in albergo!
Finalmente tranquilli, possiamo scorrazzare per le strade di Adelaide, tra i banchi di frutta del mercato centrale, un salto all’università, una visita al museo.
A sera arriva un’email con scritto: “La selezione è molto difficile data l’elevata qualità delle candidature, ci riserviamo fino al 5 marzo per dare una risposta”.

Cinque giorni sulle spine.

martedì 8 ottobre 2013

Quell'Australia così subtropicale



Comodamente seduto sulla sedia, guardo il ficus gigante dalla finestra mentre le palme ai lati dondolano al vento. Quattro cacatua bianchi passano gracchiando forte, l’aria è tiepida, un po’ umida…
Questo posto non c’entra assolutamente niente con Gunnedah: cambiata la vegetazione, il clima, anche la gente. 

Dove siamo finiti?

Siamo nel paradiso dei surfisti, località sub-tropicale nel sud del Queensland, terra di coccodrilli, ragni giganti, serpenti, serpentini e serpentoni, boschi, natura rigogliosa e chi più ne ha più ne metta!

Nell’ultimo mese a Gunnedah la temperatura era salita di un grado a settimana e il clima asciutto assommato alla totale assenza di nuvole stava rendendo a dir poco penoso ogni lavoro all’aria aperta. Può sembrare una forzatura per un europeo (e io stesso non volevo crederci), ma il sole, in Australia, brucia da morire: già manca lo strato di ozono, quindi il sole non ha filtri… poi, se togli anche un minimo di umidità dall’aria, ecco che i raggi solari arrivano con tutta la loro potenza e in soli 10 minuti di esposizione si è già belli che cotti. Tant’è che passeggiando il pomeriggio a una fiera, senza cappello e senza occhiali da sole, la luminosità era così forte che ci ho visto appannato per tutto il giorno seguente. Purtroppo non si può scherzare col sole australiano: fa male e basta. Il cappello è d’obbligo, la crema solare molto raccomandata e gli occhiali da sole diventano una necessità. Stufi di ustionarci, saturi ormai della nostra esperienza nell’entroterra del New South Wales, stavamo aspettando che passasse di lì per caso Julian, amico dei padroni di casa, che si era già offerto di ospitarci a casa sua (dove siamo ora) per un po’. Ed è così che la settimana scorsa abbiamo fatto i bagagli e venerdì siamo partiti in macchina per una nuova avventura!

Il viaggio è stato come sempre lunghissimo: nessun viaggio in Australia è corto. Avrebbe preso 9 ore, ma Julian ha avuto 5 ore di stop per completare alcune vendite proprio sulla strada. Partiti alle 7 di mattina, dopo 14 ore finalmente mettevamo piede nel nuovo stato.

Sabato mattina ci siamo resi conto di dove stavamo: a soli 10 km dalla costa, in un’area ancora colonizzata dalla foresta subtropicale, villone con piscina e campo da tennis, in collina… arrivati alla cima guardiamo l’orizzonte, ed ecco stagliarsi la città coi suoi grattacieli affacciati sull’oceano. Il tessuto urbano è lasso, non come quello di una grande città: foresta e case si alternano quasi fino a ridosso del nucleo urbano, inframezzate dall’estuario del fiume Nerang che si dirama attraverso la pianura.

forno da pizza in argillaLa nostra moneta di scambio per stare in questo mezzo paradiso è costruire un forno a legna per pizza e, in cambio, abbiamo vitto e alloggio. Ho chiamato la famiglia di qua per farmi dare consigli su come costruirne uno in cemento e mattoni ma, una volta raggruppate tutte le informazioni necessarie il padrone di casa ha deciso che i materiali erano troppo difficili da reperire. Così, senza pensarci troppo, ha preferito spendere 1000 dollari per un kit “fai da te” in… paglia e argilla! A parte il prezzo ridicolamente alto (soldi suoi), l’idea era comunque intrigante e abbiamo deciso così di accettare la sfida.

Fatta la base in blocchi di cemento e il piano in mattoni refrattari è arrivato il momento di impastare l’argilla con la paglia. Avete presente l’espressione “un bucio de culo come ‘na capanna”? Avete presente i film sull’Esodo con gli schiavi ebrei che fanno i mattoni di fango e paglia? Mancava solo la frusta e la piramide sullo sfondo.
forno per pizza in argilla completo
Insomma, insieme ad Ame preparavamo la prima parte del miscuglio, poi lavoravamo insieme per un po’, poi la poveretta rimaneva da sola a fare i salsicciotti di argilla e paglia mentre io li sistemavo a forma di cupola. Il risultato è stato strepitoso, ma ora Ame ha due spalle da body builder… ovviamente scherzo, ma la fatica è stata veramente notevole!

Così sabato, per premiarci dell’intenso lavoro siamo andati a riposarci in spiaggia.
Riposarci…

Gold Coast è proprio sotto a Surfers Paradise, il paradiso dei surfisti. E il motivo per cui ha questo nome è perché, data la particolare conformazione del fondale, le onde alte ci sono tutto l’anno. In Australia si fa il bagno nell’oceano solo “tra le bandierine”: due bandiere, a 20 metri di distanza l’una dall’altra, delimitano lo spazio in cui è sicuro fare il bagno; fuori da quest’area l’oceano ti si porta via e tanti cari saluti. Tentare di sconfiggere la corrente è inutile, quindi conviene seguirla tagliando diagonalmente il flusso, in modo da arrivare magari mezzo chilometro più in là, ma sani e salvi a riva. Io, sgargiullo, tento così di raggiungere la file di onde belle alte, quelle da un metro e mezzo…. Ci provo per un’ora di fila con la “boogie board” prestata da Julian. Torno distrutto e sconfitto, incapace di superare la seconda fila di onde, trascinato per centinaia di metri, parzialmente affogato (mamma mia quanto tirano le onde!) ma col sorriso da orecchio a orecchio! Non avevo mai provato una cosa del genere e spero di riuscire a trovare qualcuno che mi insegni come si cavalcano le onde!